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A KIND OF INTERVIEW

Mattia Zoppellaro

Si apre una nuova rubrica di KINDOF Management, uno spazio editoriale dedicato ai talent con cui collaboriamo: A kind of Interview.

Un ciclo di interviste curate da Sebastiano Leddi – founder dell’agenzia – che approfondisce visioni, percorsi e identità, per raccontare da vicino le persone, le idee e i progetti che definiscono l’universo KINDOF.
Un dialogo autentico, pensato per andare oltre la superficie e restituire il valore che guida ogni artista.

Iniziamo da Mattia Zoppellaro.

SL: Che tipo di fotografo ti senti di essere, e dove ti collochi oggi nel mercato della fotografia?

MZ: Mi sento un fotografo che lavora prima di tutto sulle persone. Sul loro modo di stare al mondo. Mi interessa l’umanità, la spontaneità, il momento che accade senza essere previsto. Non cerco di costruire una situazione, cerco di entrarci dentro.
Quello che mi guida è il bisogno di condividere un’esperienza con chi fotografo.
La fotografia, per me, è un incontro. Cercare di inquadrare in un modo personale una finestra di tempo che mi ritaglio con chi è dall’altra parte dell’obiettivo.
È un processo diretto, umano. Mi interessa l’errore, la sfocatura, tutto ciò che non è perfettamente controllato. Perché è lì che spesso emerge qualcosa di vero. Non cerco immagini perfette, cerco immagini vive.

SL: Se dovessi sintetizzare il tuo approccio in un mantra, quale sarebbe?

MZ: Cercare l’errore. Trovare la bellezza nell’imperfezione.
Viviamo in un momento in cui tutto tende a essere levigato, corretto, reso uniforme. Io cerco il contrario. Cerco ciò che è unico, irripetibile. L’imperfezione è ciò che rende un’immagine credibile, umana. È ciò che la rende memorabile.
Inseguire la spontaneità naturale in un mondo di intelligenza artificiale.

SL: La tua fotografia attraversa ambiti diversi: editoriale, pubblicità, musica, libri, mostre. Come riesci a mantenere una coerenza pur lavorando in contesti così diversi?

MZ: Perché alla base non cambia mai l’intenzione. Io cerco sempre la verità. Non mi interessa costruire immagini che sembrino qualcosa. Mi interessa trovare qualcosa che esiste già.
Che si tratti di una campagna pubblicitaria o di un progetto personale, il punto di partenza è lo stesso, osservare, ascoltare, entrare in relazione. Cercare di capire prima ancora di creare. Quando lavori in questo modo, l’autorialità non è qualcosa che devi difendere.
È qualcosa che accade naturalmente.
La verità è trasversale. Funziona ovunque. È questo che mi permette di muovermi tra ambiti diversi senza cambiare linguaggio.

SL: Cosa non può mancare mai su un tuo set?

MZ: La musica. È uno strumento fondamentale per creare un’atmosfera. Aiuta le persone a sentirsi a proprio agio, a diventare soggetti anziché oggetti. a uscire da una condizione di controllo. La musica, insieme alla relazione, alla conversazione, è ciò che permette al soggetto di aprirsi.
Il mio lavoro dipende molto dalla condizione emotiva che si crea sul set. Non mi interessa imporre qualcosa. Mi interessa mettere le persone nelle condizioni di esprimersi essendo se stesse.

SL: Che tipo di progetti commerciali ti interessa realizzare oggi?

MZ: Tutti i progetti che lasciano spazio alla verità. Non importa il settore. Quello che conta è la possibilità di lavorare con le persone, dedicandomi a loro ealle tracce che lasciano, e di raccontare qualcosa di reale.
Mi interessano i progetti che hanno una dimensione umana. In cui l’immagine non serve solo a rappresentare qualcosa, ma a trasmettere un’emozione autentica. Quando esiste questa possibilità, il contesto diventa secondario. Che sia pubblicità, editoriale o altro, il principio resta lo stesso.

SL: Perché fotografi?

MZ: Per avvicinarmi alle cose. La fotografia è il mio modo di entrare in relazione con ciò che mi circonda. Una sorta di lascia passare per introdurmi in mondi da cui probabilmente resterei escluso.
La curiosità è il motore di tutto. È ciò che mi porta a fermarmi, a osservare, che mi fa affascinare al punto di chiedere a uno sconosciuto se possa fotografarlo. Quando qualcosa mi colpisce — un gesto, uno sguardo, un modo di stare — sento il bisogno di capirlo.
La fotografia è il mezzo che mi permette di farlo.

SL: In un momento in cui sempre più immagini sono costruite o generate artificialmente, cosa può offrire oggi la tua fotografia?

MZ: Può offrire la realtà. O almeno, un tentativo sincero di restituirla.
Oggi c’è una crescente distanza tra le immagini e la vita reale. Molto è costruito, alterato, simulato. Il mio lavoro va nella direzione opposta. Cerco di riportare dentro l’immagine il respiro delle cose. I veri colori. Le vere emozioni.
Cerco di far sentire che ciò che stai guardando è accaduto davvero.
In una parola cerco l’onestà.